Arte e cultura

I siti archeologici di età romana


Complesso di S. Stefano
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Muracci di S. Andrea
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La Villa dell’Acqua Claudia
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Via Clodia
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Villa di Rutilia Polla
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Il Complesso di S. Stefano (1). E’ formato dalle seguenti strutture: la villa (II secolo d.C.), visibile dalla strada di S. Stefano (di collegamento tra la Via Braccianese e Anguillara), nel suo attuale aspetto di edificio medievale; la coeva cisterna; l’abside risale probabilmente al IX secolo e appartiene alla fase medievale del complesso: presenta una tecnica mista (tufelli e laterizi disposti a filari alternati), rara per la sua regolarità che avvicina l’abside solo agli edifici di S. Passera nel suburbio romano e a S. Pietro ad Albano Laziale. Si può considerare tra i resti delle chiese scomparse di Anguillara insieme agli edifici di S. Salvatore e di S. Andrea.
Vi si giunge attraverso la Via di S. Stefano, provenienti dalla Via Braccianese, con incrocio su Via della Mainella, denominato con il toponimo “Crocicchie” ovvero crocevia di antiche strade (Via Cassia, Via Clodia, arterie della Via Francigena prima di Roma) ed è sito adiacente alla località “Sortilunghi”, come da mappatura dei siti archeologici realizzata dall’Associazione “Antica Clodia”, testimone della ricca presenza di ville romane e dei relativi resti, di cui molti ancora in loco ed altri siti presso la sede a Roma della Sovrintendenza per l’Etruria Meridionale.

Muracci di S. Andrea (2). Si tratta di strutture murarie romane utilizzate nel XVIII secolo come romitorio, dedicato al culto di S. Andrea. Attualmente i resti sono ancora visibili in alzato per circa sei metri. Si trovano anch’essi nelle vicinanze della Via di S. Stefano.

La Villa dell’Acqua Claudia (3). Trattasi di un complesso romano di fine età repubblicana, databile alla metà del I secolo a.C. Il complesso si incentra su un’esedra a pianta semicircolare con lo sviluppo dei vari ambienti nella parte retrostante. L’esedra è formata da nicchie e da due ninfei posti alle sue estremità per creare giochi d’acqua alimentati grazie all’uso delle vicine sorgenti. Attualmente si trova all’interno del moderno stabilimento dell’Acqua Claudia.
Il complesso, più precisamente, è incentrato su un grande emiciclo avente una corda di circa 87 metri formante un’esedra, scandita da una serie di nicchie semicircolari, intervallate da semicolonne formate da cubilia in selce e da laterizi (opus mixtum). Presso ciascuna delle estremità dell’esedra due ninfei (di cui solo uno attualmente visibile), arricchivano e decoravano il fronte del complesso, formati da una vasca centrale soprastante (riempita dall’acqua proveniente da tubazioni in piombo inserite all’interno di alcuni fori), scandita da una serie di gradini, il cui scorrimento dell’acqua formava piccole cascate, per poi precipitare all’interno di un’altra vasca, collegata ad un corridoio ipogeo a forma di U e coperta con volta a botte. Originariamente il ninfeo aveva un alzato formato da muri in opus reticolatum in selce e da un portico con colonne in marmo o in travertino, come testimoniato dal ritrovamento nel 1934 di una colonna ancora visibile all’interno del ninfeo. Le due estremità dell’esedra erano collegate da un criptoportico od ambulacro, visibile nella parte retrostante dell’emiciclo ed originariamente illuminato da una serie di finestre che si aprivano in corrispondenza di ciascuna nicchia, all’interno del quale si ipotizza possano essere state posizionate piccole statue o vasi in terracotta collegati ad un sistema di canalizzazione per creare giochi d’acqua. Il retrostante criptoportico, oltre a collegare i due ninfei, permetteva di accedere mediante una rampa ai piani superiori, formati da ambienti destinati ai balnea, agli alloggi e ai servizi. Da questi ultimi era possibile accedere, mediante una rampa di scale quasi del tutto crollata, ad altri ambienti costruiti sul fianco e nella parte più alta della collina, di cui sono ancora chiaramente visibili i muri di divisione delle stanze ed un ambiente ipogeo parzialmente riempito di terra.
La parte centrale del complesso è stata parzialmente utilizzata (probabilmente tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900) come abitazione ed è tutt’ora visibile un ambiente ipogeo dotato di un forno con relativa canna fumaria esterna. A circa cento metri di distanza è stata rinvenuta una grande cisterna a pianta circolare, la cui tipologia, piuttosto rara, è stata rinvenuta in pochi altri complessi coevi come l’insediamento abitativo di Moricone (in opera isodoma), il tempio della Magna Mather sul Palatino, il complesso abitativo di Veio e la villa dei Quintili di età imperiale. Nei pressi del ninfeo orientale (attualmente ricoperto di terra) sono ancora visibili le tracce del diverticolo stradale, che collegava il complesso con la via Clodia e terminava in un grande piazzale basolato posto nei pressi della grande cisterna circolare. Il complesso è stato recentemente attribuito a Lucio Cornelio Balbo, patrizio romano di origine gaditana.

La Via Clodia (4). Un tratto di circa quaranta metri è visibile in Via di S. Stefano, prima dell’incrocio con la moderna Braccianese, a cui a tutt’oggi una parte del suo percorso è parallela. E’ il principale asse viario intermedio dell’antico territorio dell’Etruria Meridionale, realizzato su precedenti tracciati etruschi tra la fine del terzo e gli inizi del secondo secolo a.C.. Esattamente non si sa chi sia l’ideatore: forse Gaio Clodio Vestale o Publio Clodio pulcro oppure Appio Claudio Cieco, costruttore dell’acquedotto Claudio e della Via Appia. Altri parlano di Claudius Canina (console nel 273 a.C.), di Claudius Russus (console nel 268 a.C) o di Claudius Centho (censore nel 225). Chiunque sia stato tra questi personaggi l’ideatore della Via Clodia era (Romolo Staccioli) un ignoto magistrato appartenente alla Gens dei Claudii o Clodii. Per tale motivo la via Clodia viene anche definita Via Claudia da cui riprende il nome anche la moderna strada Via Claudia Braccianese. In particolare, nella zona del lago, aveva la funzione di collegare tutte le ville romane tra cui la Villa di S. Stefano, dell’Acqua Claudia e di Rutilia Polla.

I resti della Villa di Rutilia Polla (5). Nel centro storico, in Vicolo della Grondarella, a metà di corso Umberto I, è visibile una porzione di struttura muraria romana con cortina di opera reticolata databile al I secolo a.C.. Alcuni dicono che questo sia il muro della Villa Angularia ma, in realtà, non vi sono documentazioni precise sulla sua collocazione. Interessante, tuttavia, sulla derivazione del nome di Anguillara dalla villa di Rutilia, il testo di
Antonio Nibbj nella sua Carta de’ dintorni di Roma del 1883 (cit. pag. 143): “Il nome odierno è una leggiera alterazione dell’antico, quanto alla ortografia, non così quanto al significato; imperciocchè l’angolo che ivi forma il promontorio nel lago diè il nome di villa Angularia a quella che la gente Rutilia, ivi ebbe, e da questo formossi il moderno. Questa importante memoria ci fu conservata dal Digesto I. Rutilia ff. de contr. empt. dai frammenti di Proculo Giureconsulto, dai quali apparisce che Rutilia Polla comprò il lago Sabatenem Angularium, e la spiaggia dieci piedi intorno. Della villa preesistente, o posteriore a questa compra di Rutilia dalla quale ebbe origine la terra odierna, sono prova evidente gli avanzi di una fabbrica quadrilatera di opera reticolata in selce, sopra i quali oggi è costrutta l’osteria”. Tale citazione potrebbe costituire una fonte per formulare l’ipotesi dell’identificazione del muro della Grondarella con i resti della nobile romana.